Premetto che solo dopo aver finito questo articolo mi sono accorto di averlo già scritto e pubblicato sul portale Yoga, Vita e Salute, che dire, si vede che è un argomento che “sento” particolarmente visto che essere meno superbo è uno dei miei obiettivi, quindi ve lo ripropongo da un altro punto di vista a mia insaputa, come direbbe Scajola.
L’essere umano è superbo, e non può essere altrimenti vista la sua condizione di ignoranza acclarata. Nella teologia cattolica la superbia è il primo per gravità dei sette vizi capitali, donando come effetti un’alta opinione di sé, delle proprie capacità e dei propri meriti, che esteriormente si manifesta con una ostentazione di altera superiorità e di disprezzo per gli altri.
Il mio vecchio dizionario Zingarelli non c’è andato leggero, d’altra parte è uno sporco lavoro ma qualcuno deve farlo, prendiamo atto quindi di una condizione umana che, per beata ignoranza, continua a errare per la propria vita pronunciando suoni che studi approfonditi hanno tradotto con: “Lei non sa chi sono io “.
Il problema è che non lo sappiamo nemmeno noi, altrimenti agiremmo diversamente, riconoscendo una malattia che potrebbe essere finalmente sanata, dando inizio ad un periodo di riabilitazione che renda inattiva la personalità in luogo di un’anima capace di orientare verso il benessere la nostra esistenza.
Questo perché il superbo non sta bene, visto che vive una continua “condanna”, attraverso la quale deve “ingigantire” la propria persona. Dante pone i superbi nel Purgatorio e li incontra la prima volta nel canto X dopo che è stato avvisato da Virgilio che sono in arrivo molte persone dal passo lento.
Sono coloro, dice Virgilio, che hanno dimenticato che l’uomo è un bruco, destinato a divenire farfalla solo nell’aldilà, mentre ora sono curvi come telamoni sotto pesi troppo grandi rispetto alle loro forze. Il telamone è una scultura maschile impiegata come sostegno, spesso in sostituzione di colonne, sinonimo di Atlante che sopporta i pilastri del cielo, infatti la radice tel- significa sopportare.
Mamma mia quanto peso deve sopportare il superbo, perché tocca tutto a lui, e se non ci fosse lui tutto cadrebbe sotto un peso non sopportabile da altri. Che cosa avrò mai fatto di male, si lascia scappare a volte il superbo, ma se qualcuno solo si azzardasse a chiedere di aiutarlo verrebbe respinto, perché tutto si può, ma non togliere l’alibi alla propria prevaricazione giustificato dal fatto che la sua fatica è unica e indivisibile, un tesoro da preservare a tutti i costi.
Ma non finisce qui, il superbo è ampiamente accessoriato e non si fa mancare nulla, visto che oltretutto si aspetta anche un riconoscimento per la propria responsabilità vera o presunta, della serie guardami e dimmi quanto sono bravo. Il superbo è un po’ come un avvoltoio pronto a planare sulla propria preda, una presenza inquietante che volteggia continuamente in attesa del momento giusto per ghermire.
Ancora peggio se non dovesse ricevere la necessaria e sacrosanta attenzione, e vai di recriminazione a questo punto… non che prima non ci fosse anzi… diciamo che in questo caso verrebbe accentuata e non di poco. Ma come non valgo? Non sono importante con tutto quello che faccio? Ci vorrebbero dei filmati in certi momenti a scopo didattico… tanto lamento per quello che si fa per poi accorgersi che nessuno te lo ha chiesto… beh credo che la vita sia più semplice, ma a noi piace complicata per “nasconderci” in essa.
Non riceviamo la dovuta attenzione? Giochiamoci quindi un’altra carta costituita dall’assumere un tono dimesso. Ma come, noi che siamo tanto buoni e carini nessuno ci ama, come è possibile? Allora ci sentiamo depressi, le cose non vanno come noi vogliamo, e quindi cominciamo a serrare la morsa nella quale imprigionare gli altri… naturalmente con molta “umiltà”. Viviamo una umiltà simulata, ma essa è ancora peggio della superbia, modalità ingannatrice che serve solo a imbrigliare gli altri perché non divengano troppo pericolosi.
L’essere umano non può esimersi per sua natura dall’essere superbo, cerchiamo di vivere questa condizione con la maggiore consapevolezza possibile. Prendiamo a piene mani il coraggio e cominciamo ad affrontarci, invece di creare nemici ad arte sui quali scaricare la nostra frustrazione. Assumiamoci la responsabilità della nostra vita, visto che essa non ci dà mai qualcosa che non possiamo reggere.
Delegare il proprio benessere in funzione di qualcuno o qualcosa che debba accadere, non ha mai sortito effetti positivi, magari a breve scadenza abbiamo avuto l’illusione che ciò accadesse, ma ad un certo punto abbiamo dovuto ricrederci.
Accontentiamoci, si fa con quello che si ha, questo è indicato da Patanjali, il codificatore del Raja Yoga, con la parola sanscrita Santosha. Diamo valore a ciò che abbiamo e potranno germogliare nuovi frutti.
La vita è oggettiva, basta accettarla per quello che è, facendo fronte ad essa con fierezza, anche con la propria ignoranza, che avrà modo di trasformarsi in conoscenza, consentendo alla vita di plasmarci, liberandoci così da tutto ciò che ancora impedisce il sentirsi al posto giusto nel momento giusto.
Si raccoglie sempre ciò che si semina, e accettarne i frutti è l’inizio di un viaggio che non mancherà di cambiare la vita in meglio.
Vi consiglio la lettura della prima parte di questo articolo: https://www.yogavitaesalute.it/superbia/
Graziano Fornaciari