Il dubbio, motore e ostacolo dell’evoluzione interiore, accompagna l’uomo da sempre: da Amleto a san Tommaso, da san Paolo a Buddha e Gesù. Nelle tradizioni spirituali e filosofiche, esso rappresenta al contempo una crisi e un’opportunità di crescita. Non va negato né alimentato, ma trasformato in consapevolezza. Solo attraverso la meditazione il dubbio cessa di essere nemico e diventa la via verso la conoscenza autentica di sé.
Quanto incide il dubbio nella nostra vita e soprattutto quanto ci motiva? A volte lo nascondiamo, altre volte siamo convinti di averlo azzerato. Pensiamo veramente di averlo superato? Oppure ancora meglio siamo veramente convinti che il dubbio abbia esaurito la sua funzione nel nostro processo evolutivo?
Il genio di Shakespeare, precorrendo i tempi, ha incarnato nel suo eroe quella crisi di valori della modernità, in cui l’essere umano percepisce la distanza tra la forza vitale di agire e l’adattarsi ad una realtà il cui destino è riposto in un io tanto fragile, quanto ambizioso.
La Bibbia ruota intorno al dubbio e al suo superamento. Adamo ed Eva dubitarono per primi, ma pure nel Nuovo Testamento vi sono tanti riferimenti:” Avendolo visto, lo adorarono – alcuni, però dubitarono” (Mt 28, 17). Il Maestro Gesù stesso è costretto a confrontarsi con il dubbio per portare a compimento la sua missione. Tommaso dubita della resurrezione del Cristo fino a quando non ne consta personalmente la verità e Paolo porta con sé il germe del dubbio quando afferma:” Tutti i giorni non faccio il bene che vorrei, ma il male che non voglio”.
Nella società del controllo sembrano lontani sia i tempi in cui le difficili condizioni di sussistenza non davano il la al dubbio: ogni energia doveva essere indirizzata verso la sopravvivenza, e pure quelli in cui il “dubbio amletico” veniva considerato un passaggio necessario per sfociare in un cambiamento esistenziale. Se applichiamo, in ogni ambito, un minimo di attenzione, possiamo notare esempi più o meno eclatanti che ci raccontano come è in atto la rimozione sistematica del dubbio o al contrario viene alimentato così tanto, da divenire il caposaldo del disimpegno.
Nelle tradizioni a me care sia dello Yoga che dello Dzogchen vengono date istruzioni molto precise su come rapportarsi con il dubbio. In particolare, negli Yoga Sutra, Patanjali ci insegna che il dubbio è uno degli ostacoli che impediscono di realizzare l’anima, oppure Garab Dorje nel secondo testamento dello Dzogchen indica di non rimanere nel dubbio nei confronti dello Stato Naturale.
Se leggiamo gli Yoga Sutra oppure i tantra dello Dzogchen ll messaggio è molto preciso: la mente è al contempo il mistificatore della realtà ultima e pure, se purificata, il ponte per raggiungerla. Inoltre, cercate in ogni modo di non farvi affliggere dal dubbio ma rischiarate la vostra vita attraverso la serena accettazione della vita stessa.
Questo è l’obiettivo, il frutto, il conseguimento di un lungo percorso contrassegnato pure da contraddizioni, dubbi e cadute. Come fare per realizzarlo in pratica? Per rispondere a questa domanda ci vogliono le precise indicazioni di un Maestro per cui per prima cosa è necessario darsi da fare per trovarlo: “Quando l’allievo è pronto il Maestro arriva”.
Io, invece, vi posso solamente consigliare di non nascondere il dubbio sotto il tappeto. Di ascoltarlo il giusto, quel tanto che basta per non negarlo a priori e neanche alimentarlo più del necessario. Se lo sentiamo per quello che è, magari possiamo scoprire che ha una sua funzione, corrispondendo ad una energia ben precisa che alberga nella nostra coscienza e, soprattutto, per essere superata è controproducente negarla, casomai va trasformata e poi compresa.
Quando crediamo di non dubitare, oppure quando siamo in preda al dubbio, non ci rendiamo conto con quale forza stiamo afferrando la percezione di avere ragione. In questi casi l’automatismo mantiene il controllo della coscienza.
Dubitare della propria percezione è la via di fuga per emanciparsi dai circoli viziosi della personalità. Al contempo è necessario indirizzare la coscienza nella direzione della parte migliore attraverso la pratica meditativa. Così mi è stato insegnato, o almeno è quanto presumo di aver compreso.
Il Signore Buddha, già 2500 anni fa, ha magistralmente indicato di emanciparsi dall’attaccamento, fonte della sofferenza, tramite l’ottuplice Sentiero il cui arrivo è la retta Meditazione.
Il Maestro dei maestri, Gesù, 500 anni dopo, ci ha insegnato che il Regno dei Cieli si realizza nell’amare se stessi come l’altro.
Secondo gli insegnamenti spirituali verrà sicuramente il tempo in cui avremo superato la necessità di dubitare, ma fino a quel momento avremo a che fare con il dubbio che in primis è diretto verso noi stessi. Fino a quando non ci riconosceremo per quello che siamo, ciò che possiamo migliorare è il rapporto con noi stessi, avvicinandoci così, gradualmente, al nostro essere.
Per meglio approfondire questo e altri argomenti vi rimando alla sezione Yoga per Tutti del Portale della consapevolezza Yoga, Vita e Salute https://www.yogavitaesalute.it/
Luca Tomberli