Ulisse, secondo quanto immaginato da Dante Alighieri nella sua Divina Commedia, esortò i compagni restii a varcare il “non plus ultra” delle colonne d’Ercole dicendo loro: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Il vero destino dell’Essere Umano non è quello di rimanere a sguazzare nella paludi della sua cieca ignoranza, ma quello di innalzarsi alle Vie Alte, realizzando quella Virtù e Conoscenza che gli antichi conoscitori della Vita ebbero a chiamare “Sat, Chit, Ananda”.
Questa è la seconda parte della celebre frase pronunciata da Ulisse ai suoi compagni per spingerli a superare le invalicabili colonne d’Ercole, il leggendario “non plus ultra” che separava il conosciuto “mare nostrum” dallo sconosciuto e temuto “mare magnum“.
Ulisse, secondo quanto immaginato da Dante Alighieri nella sua Divina Commedia, esortò i compagni restii al varcare quella soglia verso il grande ignoto dicendo loro: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza“. Che ritradotto in gergo forse meno nobile potrebbe suonare anche come “raga muovete le chiappe che non siete stati fatti per stare a sguazzare in eterno nelle paludi della vostra ignoranza“
Ulisse è il viaggiatore “dal multiforme ingegno” che ha attraversato mille pericoli insieme ai suoi compagni per ritornare a casa, la sua amata Itaca. Questo lungo viaggio può essere letto come metafora di un Viaggio ben più ampio che ogni Uomo fa, Eterno Pellegrino, per ritornare alla Casa del Padre.
Ed Ulisse, l’archetipo di ogni viaggiatore, scopritore, pioniere di nuove terre e di nuova conoscenza, parla ai suoi amici dicendo loro che l’Uomo è stato creato, è partito da Casa, non per vivere come un bruto, ma per perseguire due cose: Virtù e Conoscenza. Questo in definitiva è anche il viaggio che Dante fa, in altra scala, dal profondo degli Inferi ai Cieli Empirei, attraversando tutte le Virtù Cardinali e Teologali, fino ad arrivare a conocere Colui del Quale nulla si può dire, e del Quale Dante infatti non può dire niente, tranne che adesso, al terminare del suo vaggio, si trova dinnanzi a “l’ Amor che move il sole e l’altre stelle”.
Ma che cosa si cela davvero dietro a queste due potremmo dire banali e sicuramente vilipese parole, ma che secondo Ulisse e secondo Dante sono le Vie Alte e luminose sulle quali l’Uomo deve camminare? Partendo da una definizione puramente etimologica, “Virtù” deriva dal latino virtus, ovvero “coraggio”, a sua volta avente radice in vir, ovvero “uomo”.
Questa cosa ci dice che la Virtù definitiva è il Coraggio, e il coraggio ha radici nel Cuore dell’Uomo, cioè che l’Uomo è nella sua essenza Coraggio. Ma coraggio di perseguire che cosa? “Conoscenza” ha radici nel verbo greco antico γιγνώσκω, “Io so”, che potremmo ampliare in “Io so di Essere”. Il Coraggio di cui ci parla il mito di Ulisse e di cui ci parla Dante nella sua Commedia, quella Virtù insita nel Cuore dell’Uomo, è il Coraggio di Essere. Quell’ “Essere” che i Rishi definirono Sat, Chit, Ananda, ovvero Essenza, Consapevolezza e Beatitudine Infinite. “Io ho il Coraggio di Essere” afferma il cuore dell’Uomo così come il Cuore di ogni cosa.
Negli occhi dei bambini che stanno nascendo ultimamente si leggono chiaramente queste parole, così come l’anelito profondo ad affermare la Vita in un mondo tristemente avvolto nelle nebbie di un’umanità che ancora ignora la Realtà Una che potrà essere compresa solo varcando quelle “invalicabili” colonne con Coraggio ed Aspirazione alla Conoscenza di Ciò che è da Sempre e per Sempre sarà.
Ma ognuno di noi affronterà questo Viaggio attraverso il Mare della Vita, che attraverso la Barca della Coscienza ci farà scoprire Ciò che da sempre ci aspettava nel Cuore, in attesa di essere, filamente, svelato, per la gioia dei Cieli.
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Davide Del Mastro