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Questo articolo riflette sul significato profondo di Repetita iuvant, mostrando come la ripetizione, se guidata dalla consapevolezza, diviene strumento di trasformazione e non mero automatismo. Attraverso esempi tratti da arti marziali, meditazione, preghiera e tradizioni spirituali orientali e occidentali, emerge la pratica costante come via per superare limiti interiori, emanciparsi dalla sofferenza e radicarsi nella vita riconoscendola perfetta ma perfettibile. La reiterazione dell’esperienza è la regola non scritta per qualsiasi tipo di apprendimento.

Repetita iuvant è una locuzione latina che significa le cose ripetute giovano e viene spesso usata per spiegare che il ripetere un’attività è utile. In realtà questa autentica perla di saggezza non può prescindere dalla consapevolezza, allora diviene una modalità operativa per superare quelle barriere, soprattutto mentali ed emotive, che ci tengono legati alla sofferenza.

Invece quando la ripetizione è espressione di meccanicità, diviene un automatismo della coscienza, che, se rimane sepolto nel subconscio, viene agito sotto mentite spoglie e la conseguenza è che ci allontana dal vivere pienamente. Tutte le impressioni registrate nella coscienza vengono reiterate fino a quando non si ingaggia una lotta spirituale che ci emancipa dall’automatismo e ci fa avanzare verso la consapevolezza.

Qualsiasi impresa non nasce dall’improvvisazione ma è frutto di un lungo e meticoloso lavoro preparatorio pieno di inciampi, di cadute rovinose e soprattutto di reiterazioni volte a conseguire l’obiettivo. A questo proposito vi consiglio di leggere il libro la “Psicologia dello Yoga” di Massimo Rodolfi. Chi pratica un’arte marziale sa bene quanto sia fondamentale ripetere un gesto per poterlo integrare in un susseguirsi di movimenti che diventano una forma coesa e funzionale.

In particolare, nello Shaolin Kung Fu viene insegnato che i limiti fisici, emotivi e mentali possono essere spostati in avanti tramite l’attenta ripetizione di un gesto contestualizzato alle possibilità individuali. Pure la ripetizione di pratiche spirituali come la meditazione e la preghiera conduce al superamento delle personali colonne d’Ercole, magari rispetto alle arti marziali esterne cambiano i contesti di riferimento, dal fisico ci si sposta su altri piani, ma il focus sulla reiterazione rimane pressoché identico.

Nel Raja Yoga la ripetizione di un mantra viene definito Japa. In particolare, nella meditazione trascendentale la continua ripetizione ritmica di un suono allena la mente a rimanere presente a sé stessa e la protegge dalle distrazioni. Invece nel cristianesimo, la reiterazione di brevi preghiere viene definita giaculatoria.

Sia la meditazione che la preghiera, tramite la ripetizione incessante, conducono a sperimentare un raffinamento del proprio campo di percezione, sconfinando così in dimensioni più sottili che si spingono oltre le emozioni e il pensiero razionale. Per i latini la ripetizione era uno strumento pedagogico e retorico che allenava l’intelletto e la volontà. Il sapere era collegato alla memoria e la morale veniva rafforzata grazie alla reiterazione di concetti che andavano a fissarsi nella mente.

Durante il medioevo la ripetizione, oltre ad essere strumento di apprendimento, fu utilizzata come risorsa per la purificazione spirituale: disciplina e preghiera incessante divennero le lanterne che accompagnavano il fedele alla ricerca di Dio nel buio di sé stessi. I pochi che insegnano materie esoteriche conoscono bene l’importanza della ripetizione nella trasmissione delle leggi della vita, affinché l’esperienza non rimanga prigioniera dell’intelletto, ma possa essere integrata dal lampo dell’intuizione.

Infatti, di fronte agli stessi insegnamenti spirituali non reagiamo sempre allo stesso modo. Magari vi è quella volta che sembra la prima volta, in cui tutto sembra più chiaro e pensiamo di aver capito, ma l’idillio dura fino al successivo momento di consapevolezza in cui ci rendiamo conto di non aver capito niente, in un crescendo di sprofondamenti verso l’Alto dei Cieli. La nostra società è ossessionata dal tempo. Qualunque attività deve condurre ad un risultato tangibile velocemente. Così facendo fagocitiamo noi stessi ed innalziamo Cronos a divinità assoluta. Invece, la fretta, nella costruzione delle grandi opere, si rivela una cattiva consigliera.

La scomparsa della gioia del vivere e l’aumento della paura del morire sono correlate alle vite frenetiche che ci vengono imposte? Sembra di proprio di si, in quanto l’arte del ripetere è un intelligente metodo per acquisire esperienza e radicarsi nella vita: per un garzone di bottega o un neoassunto in una azienda, la reiterazione dell’esperienza è la regola non scritta che favorisce l’apprendimento di un mestiere.

Gran parte della quotidianità è scandita da ritmi disumani, come lo è chi lavora per controllare le nostre vite spostando in avanti le lancette della percezione del tempo: così la sensazione di non avere tempo diviene la spada di Damocle collettiva. Con l’avvento del cristianesimo di potere siamo divenuti figli del tempo zero e quindi dell’unica vita possibile, ma non mi sembra che il Maestro Gesù fosse schiavo del tempo, nonostante gli avvenimenti della sua vita abbiano seguito degli schemi temporali particolarmente precisi. Il Maestro dei Maestri, da quello che si evince dal Vangelo, viveva intensamente, attimo dopo attimo, reiterando attenzioni e gesti d’amore verso il prossimo. L’insegnamento pubblico come lo stare in compagnia veniva sostenuto dallo stesso calore del cuore.

Così, amando ogni cosa che faceva, riduceva in Eterno Presente il divenire insito nella manifestazione. Lo stesso vale per Il Signore Buddha, infatti il Beato, dopo l’Illuminazione, insegnò il Dharma, per cinquant’anni, in mezzo alla gente e nelle comunità che lo seguivano, affinché quella condizione di coscienza che emancipa dalla sofferenza potesse divenire alla portata di un numero crescente di persone.

Il Leone del Dharma, fino all’ultimo dei suoi giorni, non si risparmiò nel trasmettere insegnamenti sul Sentiero del Risveglio. Patanjali negli Yoga Sutra dopo aver scritto che la condizione di unione, Yoga, si raggiunge raffrenando le modificazioni della mente e soggiogando la natura psichica (da Yoga Citta Vritti Nirodha di Massimo Rodolfi), nel dodicesimo verso del primo pada scrive: “Abhyasa-vairagyabhyam tan nirodhah”.

Da quanto si evince nel commentario scritto da Alice Ann Bailey significa “Il controllo di queste modificazioni dell’organo interno, la mente, si ottiene mediante lo sforzo instancabile e il non-attaccamento”. Per A. A. Bailey lo sforzo instancabile è la pratica costante, continua ripetizione e reiterato tentativo di sostituire al vecchio un ritmo nuovo ed estirpare abitudini e modificazioni profondamente radicate, sostituendole con impressioni dell’anima.

Lo Yogi, o il Maestro, è il risultato di paziente perseveranza: ciò che ha raggiunto è frutto di sforzo costante basato sulla valutazione intelligente del lavoro da compiere e della mèta da conseguire, e non d’entusiasmo spasmodico. Nell’epoca della rammentazione digitale rimane un assunto: le idee hanno bisogno di ripetizione e di un tempo di metabolizzazione per essere comprese davvero. Per cui ora come allora possiamo dire con cognizione di causa: “Repetita juvant”.

Per approfondire questo e altri argomenti vi rimandiamo alla sezione Scienza dello Yoga all’interno del portale della consapevolezza Yoga, Vita e Salute www.yogavitaesalute.it

Luca Tomberli